Bentornata Primavera, benvenuta Ariluce!
Qualche giorno fa, ho avuto l’onore di stare in classe con Maestra Chiara e Maestra Muriel.
Durante il momento della fiaba Il fuso, la spola e l’ago (dei fratelli Grimm) è successo qualcosa.
Non immaginavo che mi sarebbe rimasta dentro così profondamente.
La storia parla di un principe che decide di cercare moglie imponendo una condizione apparentemente impossibile:
“Sposerò colei che sarà insieme la più ricca e la più povera.”
Nel villaggio gli indicano due ragazze.
Una è ricca davvero: una giovane piena di gioielli, ben vestita, circondata da prestigio e abbondanza.
L’altra invece vive sola in una piccola casetta ai margini del bosco. Non possiede quasi nulla, tranne tre strumenti lasciati in eredità: un fuso, una spola e un ago.
Eppure saranno proprio quei piccoli strumenti, quasi invisibili, a trasformare la sua povertà in meraviglia.
Mentre il principe era nel villaggio, il fuso corre fuori dalla casa filando un filo d’oro che lo guida fino a lei.
La spola tesse tappeti e bellezza.
L’ago cuce un abito degno di una regina.
Ma ciò che conquista davvero il principe non è la magia.
È l’anima.
È quella ricchezza silenziosa che non si può comprare.
Quando ho ascoltato questa fiaba, ho sentito un nodo in gola.
Perché improvvisamente quella ragazza povera… ero io!
Negli ultimi tempi sto vivendo qualcosa che mi ha fatto sentire molto piccola.
Recentemente mi sono trovata a confrontarmi con realtà molto più grandi di me, strutturate, forti, riconosciute.
E io invece mi sono sentita nella mia piccola casetta nel bosco.
Con pochi mezzi.
Con le mie mani.
Con il mio computer.
Con le mie idee.
All’inizio temevo che il “principe” — cioè il pubblico, le scuole, le famiglie, i maestri — avrebbe guardato naturalmente verso la principessa ricca. Verso ciò che appare più forte, più autorevole, più grande.
Ma quella fiaba mi ha mostrato qualcosa che non riuscivo ancora a vedere.
La ragazza povera non cerca mai di diventare come l’altra.
Non entra in competizione.
Non prova a imitare la ricchezza esteriore.
Rimane sé stessa.
E usa profondamente ciò che ha.
Lì ho capito che anch’io possiedo i miei strumenti magici.
La creatività è il mio fuso.
È quella forza invisibile che corre avanti a me e lascia fili d’oro. È ciò che fa nascere idee vive, autentiche, impossibili da costruire a tavolino.
Il computer è la mia spola.
È lo strumento con cui intreccio immagini, parole, visioni e intuizioni fino a renderle qualcosa di concreto, qualcosa che le persone possono toccare e portare nella loro quotidianità.
E poi c’è l’amicizia.
La fiducia.
Le relazioni costruite negli anni.
Quello è il mio ago.
Perché io non so creare senza anima.
Ogni progetto che nasce dalle mie mani porta dentro relazioni vere, pezzi di vita, umanità.
E allora forse il mio compito non è diventare la principessa ricca.
Forse il mio compito è restare fedele alla mia casetta nel bosco.
Continuare a filare.
Continuare a tessere.
Continuare a cucire.
Anche quando mi sento piccola.
Anche quando il mondo sembra premiare solo chi ha più voce, più forza, più numeri.
Perché la fiaba mi ha ricordato una cosa importantissima:
si può essere poveri di mezzi e immensamente ricchi di anima e amore.
E forse la vera ricchezza non è possedere di più.
Forse la vera ricchezza è riuscire a trasformare quel poco che si ha in qualcosa che porta bellezza, verità e amore nel mondo.
Forse, alla fine, il principe non segue chi brilla di più.
Segue il filo d’oro…
Se vuoi leggere la fiaba integrale eccola qui:
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Credo che sia questo il motivo per cui le fiabe vere attraversano il tempo senza invecchiare mai.
Perché parlano direttamente all’anima.
Non spiegano.
Non insegnano in modo rigido.
Non danno risposte precise.
Seminano immagini.
E quelle immagini restano vive dentro di noi come piccoli semi silenziosi, finché un giorno la vita non le risveglia.
Allora capiamo che la ragazza nel bosco non era soltanto un personaggio di una fiaba.
Era una parte di noi che stava aspettando di essere vista.